Continuo la discussione iniziata un paio di giorni fa dicendo che mi fa piacere ricevere il consenso di qualche lettrice (vedi commenti di ieri). Come uomo che riflette e scrive sulla donna mi sono posto il problema se capisco bene il sentire femminile, se urto la sensibilità dell'altro sesso, se interpreto correttamente atteggiamenti e comportamenti femminili.
Un processo di emancipazione dei sessi (non di uno solo!) credo che debba andare verso un duplice lavoro di individuazione delle identità e di esaltazione delle differenze di genere.
L’individuazione della propria identità di genere significa acquisire consapevolezza delle proprie caratteristiche psicologiche legate al proprio sesso e alla propria sessualità. E qui confesso apertamente di trovarmi in grave difficoltà! So di essere maschio ma non so in che cosa lo sono. L’attrazione verso l’altro sesso è troppo poco e generica per individuare l’identità del proprio genere. La mascolinità e femminilità in realtà si rivelano continuamente nella quotidianità e non soltanto nell’alcova, lo noto nelle animate e divertite discussioni con le mie colleghe su fatti riguardanti i rapporti umani. Il tema di ieri era: quali tecniche usa un uomo per “lasciare” una donna, e quali usa la donna per dare “il ben servito” a un uomo; i diversi modi, ad di là della maggiore o minore educazione individuale, derivano da una diversità psicologica che probabilmente risiede nella struttura originaria di ognuno. Capire le caratteristiche di questa “struttura originaria” non è lavoro da fare nel lettino dell’analista ma pratica quotidiana di auto-consapevolezza che porta a quella che con termine antico si chiama saggezza.
La consapevolezza della identità porta automaticamente a quell’esaltazione delle differenze di cui parlavo all’inizio che tuttavia non deve generare contrapposizione fra sessi ma attrazione, amore, rispetto reciproco.
Concludo citando quell’immagine di Platone secondo cui in origine l’uomo e la donna erano un unico essere ermafrodito, poi tagliato in due per intervento divino. Al di là del mito credo che ognuno di noi, nel rapporto con l’altro sesso, debba sempre agire aspirando ad una complementarità dei sessi che per quanto ideale (platonica!) è fonte di grande benessere interiore.
P. S. Un ringraziamento alle amiche sconosciute che mi danno stimoli per scrivere.